Corrispondenza dattiloscritta del Luglio 1926 con Vittorio Gui

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Descrizione

Due lettere dattiloscritte risalenti al Luglio del 1926 tra Riccardo Gualino e Vittorio Gui, direttore dell’orchestra stabile del Teatro di Torino. Quest’ultimo, nella sua lettera composta da 4 fogli dattiloscritti su carta velina, con firma autografa all’ultimo foglio, si lamenta della proposta ricevuta per la sua collaborazione con il Teatro per la stagione 1926-27 da Guido Maggiorino Gatti, chiamato a dirigere il Teatro, e indirettamente quindi dallo stesso Gualino. Scrive Gui: “Messo amichevolmente al corrente da Venturi e da Gatti della nuova situazione amministrativa in cui si troverebbe il teatro per la prossima gestione, io stesso studiai e presentai al Gatti un programma minimo mediante il quale, rimanendo dentro limiti di bilancio assai meno larghi di quelli della passata gestione, l’importanza artistica del teatro  non fosse menomata al punto da dover io domandare uno scioglimento dell’impegno tra noi contratto per il 26-27”. Nella sua risposta su unico foglio dattiloscritto su carta velina datata Torino, 7 Luglio 1926, Gualino risponde: “Io non ho l’abitudine di pagare il lavoro altrui sotto costo e tanto meno questo può esser pensato pel Teatro di Torino, che come ella ben sa, mi cagiona perdite ingenti da me sopportate unicamente per intenti culturali. Mi pareva logico che, poichè si richiedono a me sacrifici così notevoli per raggiungere uno scopo elevato, qualche concessione potessi a mia volta richiederla ai collaboratori che da questo mio sforzo hanno tratto, come è avvenuto per Lei, molta soddisfazione morale ed accresciuta rinomanza”.. . . . Da “Cesarina Gualino e i suoi amici” a cura di Maurizio Fagiolo Dell’Arco e Beatrice Marconi:  “Complessivamente però l’esperienza del Teatro di Torino (che durò cinque anni), non ebbe quel successo che meritava. L’arte e la musica diventavano un rifugio sicuro per pochi eletti e al tempo stesso una difesa contro l’incultura fascista. “Di fronte all’ottusa autarchia del regime, di fronte all’esaltazione delle virtù romane e dell’arte semplice e tipicamente italiana, assumeva un significato ben preciso aprire le porte all’avanguardia europea e far giungere nel provinciale e conservatore ambiente torinese una ventata d’aria parigina”. Questo è il giudizio di Enrico Fubini e di molti altri che hanno scritto sul Teatro e sulla storia di Torino di quegli anni; tutti concordi nel riconoscere il valore culturale (e forse anche politico) di quell’impresa che da Torino poi si propagò nel resto dell’Italia, anche per merito di coloro che avevano contribuito alla sua nascita”.

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